soggettivo cielo

Questo articolo è stato scritto da mio figlio sedicenne Andrea Ghirardini,  che in tema di opere artistiche ludiche esprime le sue considerazioni circa l’apparente presenza di un giudizio oggettivo rispetto a ciò di cui fruiamo. L’atavica diatriba tra soggettivo ed oggettivo continua e queste considerazioni possono essere estese a favore di ciascuno di noi.


Nella piena consapevolezza di star per parlare di un argomento molto delicato ci tengo a precisare che non è mia intenzione imporre le mie idee, quanto più che altro rendervi partecipi di una mia riflessione.

Il nostro campo di interesse, di fatto, è quello artistico. Ovviamente limitato ad alcuni aspetti di esso quali animazione, fumetto, e opera videoludica, ma sempre di arte si tratta; pertanto quella che ho concepito come una riflessione generica può tranquillamente essere applicata anche al nostro caso specifico.

Detto ciò si parlerà fondamentalmente di due cose, “Oggettività” e “Soggettività”.

soggettivo oggettivo

Parlerò di soggettività in primis, ma non del concetto generale della soggettività (che definire ovvio sarebbe limitante), quanto più della valutazione soggettiva come parte del complesso di valutazione di un opera.

Ebbene, in quale contesto il parere dell’individuo può essere considerato rilevante a fini valutativi?

In qualsiasi situazione in cui non ricorra una sola ed unica analisi degli aspetti tecnico-realizzativi di un’opera.

In un opera d’arte solamente il lato tecnico è esente da qualsivoglia intromissione dell’estro della persona, tutto il resto subisce, in gradi diversi, l’influenza della nostra percezione ed interpretazione rispetto a ciò che osserviamo. È da aggiungere inoltre che anche le valutazioni tecniche non sono assolute, ma se ne parlerà in seguito.

Vediamo ora qualche caso in cui la percezione che si ha dell’opera può manipolarne la valutazione.

L’aspettativa:

è uno dei fattori che nell’ultimo periodo è diventato trainante specialmente del medium videoludico.

Crearsi aspettative su un’opera porta a limitarne la sua visione complessiva, in quanto porta a far sì che la propria percezione dell’opera vari in base a quanto essa è stata soddisfatta. Così come si può rimanere stupiti da un’opera per la quale ci si aspettava nulla, o quasi, tanto da riformare completamente la propria opinione e il proprio gusto, può accadere che si rimanga talmente delusi dal non aver individuato nella medesima opera gli elementi che ci si aspettava dal creare un’opinione quasi sprezzante di ciò che si è visionato (ovviamente questi sono casi limite, la cosa spessissimo si presenta in modo molto più blando, del tipo: “Meh, tutto qui?” oppure “Ah, ma allora non fa poi così schifo”)

Lo stato emotivo dell’utente:

è innegabile che una data condizione emotiva, sia essa insita nella nostra persona o condizionata da agenti esterni, influisca nella nostra visione di un opera. Seppur una buona opera è capace di manipolare il tuo stato emotivo per fa sì che tu provi ciò che l’autore intende quando si visiona la sua opera, capita che non si venga stimolati, o lo si venga eccessivamente. Questo dipende da una quantità incredibilmente alta di situazioni contingenti, tra cui ad esempio il carattere dell’individuo, ma non analizzerò la cosa a fondo essendo sprovvisto delle competenze necessarie (non vorrei parlare a sproposito).

La propria visione dell’opera in questione (interpretazione):

tralasciando i filoni artistici non figurativi, dove l’interpretazione è fondamentale non essendoci la possibilità di riconduzione ad un riferimento realistico, in un contesto generale l’interpretazione dell’utente rispetto a ciò che vede ne può far variare sensibilmente la valutazione. Riferendomi alla narrazione, può capitare che un passaggio non ben spiegato dall’autore, oppure non ben compreso dall’utente, portino ad un’interpretazione dell’opera distante da quella voluta dal creatore, e tale interpretazione può essere sia concorrente ad un giudizio positivo che concorrente ad uno negativo.

Condizionamenti preesistenti:

potrebbe essere accostato all’aspettativa, essendo uno dei fattori che la compone, ma nello specifico mi riferisco alla creazione di un’idea di sunto di un’opera data dalla somma dei pareri ascoltati dall’utente. Non è inusuale che si schivi una data opera per l’eccessiva mole di pareri negativi con cui si è venuti in contatto, o all’opposto ci si lanci a capofitto su un’altra per il grande numero di pareri positivi. Questo atteggiamento lo considero, personalmente, stupido nonché fuorviante in quanto soltanto nel momento in cui si visiona una tal opera si può effettivamente decidere se rientra o meno nei propri canoni di gradimento. La visione di un’opera alla luce di un’opinione condizionata porta ad un giudizio che tende ad essere espresso in base a quello che ci si aspettava in confronto a quello che effettivamente si è osservato (in relazione all’aspettativa).

Il gusto personale:

che lo vogliate o meno ogni persona ha un metro di valutazione differente per ciò che riguarda quasi ogni cosa; dalla politica, all’estetica, alla letteratura, ecc…. Ciò porta al fatto che due utenti differenti possano avere opinioni estremamente diverse di una data opera, scaturite da quelli che sono i propri gusti e dall’eventuale casistica sopracitata.In generale, un’opera che si avvicina ai gusti dell’utente tenderà ad avere la sua approvazione, mentre una che se ne discosta tenderà a non averla. Questo però è oltre il semplice “mi piace” o “non mi piace” di prima impressione. Presuppone invece il “filtraggio” di ogni aspetto dell’opera da parte di ogni aspetto della persona per determinare quanto effettivamente sia vicina al proprio gradimento. Questo avviene in grande, sull’opera nel complesso, o in piccolo, a riguardo di un singolo passaggio, particolare o personaggio. Questo aspetto, che spesso viene denigrato, è a mio parere fondamentale nella valutazione di un’opera perché il riconoscere la distanza quanto la vicinanza dai propri canoni è indice di una visione attenta e non superficiale.

Quanto ho detto serve per esplicitare che in quanto esseri umani ci è impossibile escludere al 100% ciò che percepiamo quando guardiamo qualcosa, anche il semplice fatto di dire “x è brutto” è frutto di una nostra opinione personale.

Come avevo già scritto, l’unico aspetto in cui è possibile avere l’assenza dell’influsso dell’estro è il lato realizzativo, perché ovviamente quello che è stato fatto, e come è stato fatto, è presente sotto i nostri occhi indipendentemente da noi.

Risulta però altresì ostico valutare la realizzazione di un’opera in modo completamente distaccato, in quanto quello porterebbe alla semplice illustrazione di ciò che è possibile osservare (ad esempio, di una tela realizzata con colori ad olio si direbbe soltanto “olio su tela, raffigurante tale soggetto, realizzata da tale autore”). In generale, quando si valuta la tecnica di un’opera, ci si rifà ai canoni: ovvero un insieme di regole e casistica d’esempio che permettono di definire la buona realizzazione o meno di ciò che si esamina. Un canone è spesso frutto di una convenzione e, in quanto tale, non ha valore assoluto a riguardo della sua applicazione nella valutazione. Possono esistere canoni più o meno duraturi, ma il fatto che si poggino su un insieme di convenzioni (per cui entità non assolute, che sono passabili di modifica) rende necessario che la valutazione tenga conto di quali di queste erano vigenti al momento della realizzazione dell’opera, per contestualizzare le scelte stilistiche del realizzatore. In seguito alla contestualizzazione della realizzazione si può poi disquisire se questa sia stata poi realizzata “bene” o “male”.

Un canone è spesso frutto di una convenzione e le convenzioni vanno contestualizzate.

Oltre a questo va tenuto conto anche del pubblico di riferimento di una data opera, fattore che può influenzare drasticamente la realizzazione.

Sperando che fin qui sia tutto chiaro arriviamo al punto che più mi preme della mia riflessione: l’uso a sproposito del termine “oggettivo”. Vi spiegherò perché molto spesso storco il naso a sentire quella parola nel nostro contesto.

In particolare che riguarda il termine “oggettivo”:

  1. Aderente alla realtà dei fatti e non influenzata da pregiudizi è soltanto l’analisi della realizzazione dell’opera, comprendente la presa in esame delle tecniche e dei canoni utilizzati, eliminando qualsiasi giudizio o presa di posizione in merito, essendo non necessaria;
  2. Che si fonda su fatti e/o cose concrete, sull’esperienza diretta: ovvero che esula da qualsiasi forma di interpretazione, considerando solamente gli aspetti inequivocabili dell’opera;
  3. Ad essere non dipendente dalla volontà dell’individuo è l’opera intesa come entità esistente, sia essa un quadro, una scultura, ecc…;
  4. Essendo che ci si riferisce ad opere che presuppongono l’interpretazione dell’utente e la variabilità dei punti di vista, qualora la maggioranza, ma non la totalità, degli individui abbia una data opinione di un’opera, l’opinione stessa assume il valore di convenzione ed, in quanto tale, non è considerabile in modo assoluto.
  5. Non concerne il nostro campo

Quindi, avendo la necessità di esporre caratteri propri dell’oggetto, non alterabili da qualsivoglia aspetto relativo al soggetto, tale termine risulta appropriato nella descrizione della realizzazione dell’opera e dei contenuti che contiene, senza sbilanciarsi a porre un giudizio.

Tale termine ha in comune la seguente accezione con la parola “obiettivo”:

“ Equanime, imparziale, spassionato, non alterato da pregiudizî, da preferenze, da idee e sentimenti personali: giudizio o.; esame o. delle circostanze; fare un’esposizione o. dei fatti; anche con riferimento alla persona: giudice, storico, relatore obiettivo.”

Considerando questo estratto presumo si abbia una definizione più vicina all’uso che normalmente si ha della parola “oggettivo”. Vorrei tuttavia porre l’accento sul fatto che ormai l’accezione “oggettivo” è stata sostituita dalla variante “obiettivo” e l’uso del termine precedente può portare a situazioni di ambiguità.

Evidenzio inoltre come comunque, anche nel secondo caso, si richieda un parere non influenzato dalla persona, cosa che nel campo dell’arte risulta limitata alla componente realizzativa.

Concludendo, l’arte non è qualcosa che può avere un’analisi secondo criteri assoluti permettendo così di avere una precisa distinzione tra “bello” e “brutto”, realizzato “bene” e “male” (salvo rarissimi casi in cui chiunque assuma una data valutazione per un’opera )

Un noto proverbio italiano dice “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, dichiarando che quello che viene percepito come “bello” è frutto di un’interazione tra ciò che si vede (l’oggettivo) e ciò che si prova (il soggettivo), e molto spesso le due cose non prescindono l’una dall’altra.

Tengo a ricordare che quello che ho scritto è frutto di una mia riflessione e non ha alcuno scopo offensivo o denigratorio, tanto meno è nata con l’obbiettivo di imporre la propria visione.

Se siete arrivati fin qui, spero di non avervi annoiato o confuso.

Andrea Ghirardini

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