| Salute e benessere: IO, CAVIA UMANA IN SVIZZERA | |||
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FARMACI “PANORAMA” ENTRA IN UN CENTRO PER LA SPERIMENTAZIONE Due giorni in clinica per testare un antibiotico. Ma le regole non sono proprio ferree. E i volontari sono sempre gli stessi. · Panorama 05/01/2006 di GIORGIO STURLESE TOSI Forse è il lavoro più degradante o forse è solo un modo per arrotondare lo stipendio: fare la cavia umana in una clinica dove somministrano farmaci di cui si sa poco o nulla e sottoporsi a 15 prelievi di sangue per testare le reazioni del proprio organismo. E’ ciò che ha fatto il cronista per Panorama, sottoponendosi a una sperimentazione clinica insieme ad altri 25 volontari, per capire come funzionano questi test clinici, vietati in Italia, e per comprendere che cosa spinge le centinaia di persone che ogni anno vanno in Svizzera, in cerca di soldi facili. L’ammissione agli studi medici si ottiene solo con il passaparola, l’unico modo per essere inseriti nella lista è entrare in contatto con chi c’è già stato: ci si scambiano i cellulari, ci si presenta solo per nome e alla fine arriva la convocazione dall’Ipas, Institute for pharmacokinetic and analytical studies di Mendrisio. La sperimentazione riguarda un antibiotico attivo contro le patologie delle vie urinarie, la Ciprofloxacina, il cui brevetto commerciale sta per scadere. Tempo di permanenza in clinica: due weekend. Compenso pattuito: 600 franchi svizzeri, quasi 400 euro. Prima di essere ammessi occorre superare una visita medica: analisi del sangue e delle urine, test per l’aids e per l’epatite, la misurazione della pressione e l’anamnesi medica. Ogni volontario deve essere sano e non deve assumere droghe né altri farmaci, affinché la sperimentazione abbia valore clinico. Subito qualcosa non funziona. Alle domande su peso e altezza il cornista risponde 95 chili per 1,76: soprappeso per rientrare nei canoni richiesti. Ma il medico responsabile della ricerca, Ismaili Shevqet, corregge i dati sulla scheda di registrazione portando l’altezza a 1,79 e il peso a 91 chili. Solo così, dice, si può essere ammessi alla sperimentazione. Poi il volontario deve firmare un modulo, dopo aver letto un “consenso informato relativo allo studio” nel quale si spiega poco sul farmaco che verrà testato. Ma si apprende che la società farmaceutica committente ha stipulato una polizza assicurativa per risarcire gli eventuali danni e che ci sono regole precise cui dovranno attenersi i volontari: niente fumo, niente alcol, vietato uscire dalla clinica, possibilità di essere perquisiti alla ricerca di cibi o bevande introdotte di nascosto, verifica che il medicinale sia stato effettivamente ingerito. Dopo qualche giorno arriva la convocazione. L’ingresso al laboratorio è fissato entro le 22 di venerdì 9 dicembre e l’uscita per la mattina di domenica 11. la seconda parte dello studio si terrà nel finesettimana seguente. Ci si mette in fila per la consegna del numero di riconoscimento. Quasi tutti i volontari sono habituè: si conoscono e raccontano che ogni tre mesi si sottopongono a test. In alcuni casi, dicono, vengono pagati anche più di 1.000 euro, secondo il farmaco e il tempo di permanenza in clinica. Non sembrano tutti in forma: un ragazzo di Como è obeso, si muove a fatica per il grasso anche una giovane mamma del Varesotto, che ha coinvolto nella sperimentazione la figlia sedicenne. Quattro bresciani, tre donne e un uomo, tutti parenti, sono pallidi e hanno lo sguardo perso nel vuoto. Non sono in forma nemmeno i tre brasiliani, un uomo e due donne. Gli infermieri ripetono le regole, compreso il divieto di fumare, ma nel bagno i volontari bruciano una sigaretta dietro l’altra per far passare il tempo. La mattina la sveglia è alle 6.30. Digiuni, ci si mette in fila per il primo prelievo di sangue: sono 15 quelli previsti per le seguenti 24 ore. Poi il dottor Shevqet somministra la pasticca ( sopra c’è scritto Cipr 750 ) e vigila che venga ingoiata. Dopo mezz’ora una delle bresciane vomita e per lei i prelievi sono terminati, anche se dovrà rimanere in clinica e il compenso le verrà comunque corrisposto. Qualcuno accusa un lieve mal di testa, ma forse dipende dalla mancanza di aria fresca. La pressione non viene mai misurata e la debolezza comincia a farsi sentire. Qualcuno si confida: confessa di essere lì per arrotondare lo stipendio. Per qualcuno quello è l’unico lavoro. Uno studente racconta di essersi sottoposto due settimane prima a un’altra sperimentazione in una clinica poco lontano, la Cross. Dice di essere stato dieci giorni dentro con un cerotto antinfiammatorio attaccato al braccio, ma il medico responsabile, racconta, non lo ha segnalato nella lista dei volontari alle autorità sanitarie del Canton Ticino. La legge prevede che fra un test e l’altro debbano trascorrere almeno tre mesi. La mattina dopo, fatto l’ultimo prelievo di sangue, i volontari escono dalla clinica per tornare alla loro vita normale. Almeno fino al prossimo ricovero, fra non più di tre mesi. |
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